Cittadini senza politica. Politica senza cittadini

Il crescente distacco tra cittadini e istituzioni che si registra nella maggior parte delle democrazie contemporanee non è ascrivibile solo a qualunquismo, disinteresse o protesta, più o meno consapevole, nei confronti di una classe politica inadeguata e corrotta. È indice di qualcosa di più grave: una radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale, che oggi interessa in particolare i più poveri e i più svantaggiati.

Due parole per spiegare il titolo di questo mio contributo. “Cittadini senza politica” è un’espressione volutamente paradossale. Si tratta, a tutti gli effetti, di un ossimoro: una formula contradditoria, come sarebbe “genitori senza figli”. La nozione classica di cittadinanza, da Aristotele in poi, è infatti inestricabilmente legata alla dimensione politica. “Cittadino” è chi contribuisce in modo attivo al processo di elaborazione delle decisioni collettive. Con le parole di Rousseau, è chi «partecipa dell’autorità sovrana», laddove il suddito si limita a essere «sottoposto alle leggi dello Stato». E tuttavia, oggi la nozione di cittadinanza sembra aver perso qualsiasi connotazione politica, qualsiasi riferimento alla dimensione dell’impegno e della partecipazione.

Riflettere sugli slittamenti di significato delle parole è interessante perché rappresenta una spia delle trasformazioni del senso comune, e di ciò che esso riflette. La realtà la conosciamo bene e non c’è bisogno di molte parole per raccontarla. È fatta di generale stanchezza, se non di disgusto e vera e propria allergia, nei confronti della politica. Sentimenti diffusi, che si riflettono nelle cifre che siamo abituati a leggere periodicamente sui giornali: non solo quelle sull’astensionismo (che al secondo turno delle ultime amministrative in Italia ha interessato più del 50% degli aventi diritto), ma quelle – per certi versi ancora più allarmanti – del declino dell’adesione a partiti e sindacati e della sfiducia generalizzata nei confronti dei “politici” e delle stesse istituzioni democratiche.

Una prima possibile ipotesi di spiegazione rimanda agli allettamenti della società del benessere, alle inedite possibilità di vendere, comprare, svagarsi, “realizzarsi” nella sfera privata – per quanto illusorie esse si rivelino – l’esercizio dei diritti politici perde molte delle sue attrattive. Manca il tempo e manca l’interesse per ciò che sembra non incidere più di tanto sulla propria esistenza personale. E si finisce col vivere, e col percepirsi, più come consumatori che come cittadini.

Debitamente aggiornata e riformulata, questa tesi ritorna in alcune teorie, che giudicavano positivamente l’apatia politica, come sintomo di soddisfazione – non di protesta – nei confronti della politica. Una lettura nella quale non si può escludere che ci sia qualcosa di vero. Ma che non tiene conto del fatto, incontrovertibile, che il profilo tipico di chi oggi diserta le urne non è propriamente quello di un soggetto “soddisfatto”…

Veniamo allora alla seconda parte del titolo di questa mio intervento (“politica senza cittadini”), che allude al fatto che il distacco tra politica e cittadini si è realizzato in questi anni nelle due direzioni. Se per un verso sempre più cittadini si sono allontanati dalla politica, per altro verso è la politica stessa ad essersi ritratta e sottratta allo sguardo e alla “presa” delle persone comuni.

A rendere bene questo doppio movimento può aiutarci, ancora una volta, un classico del pensiero politico, Alexis de Tocqueville. Riflettendo sullo svuotamento delle istituzioni democratiche locali nel corso del diciottesimo secolo, in Francia, egli così si esprimeva:

«Il popolo, che non si lascia ingannare tanto facilmente quanto si crede dalle vuote apparenze di libertà, si astiene allora dovunque dall’interessarsi agli affari del comune e vive tra le sue mura come uno straniero. Inutilmente i magistrati tentano di tanto in tanto di ridestare in lui quel patriottismo municipale che ha compiuto prodigi nel Medio Evo; il popolo resta sordo, i maggiori interessi della città non sembrano commuoverlo. Si vorrebbe che andasse a votare, là dove si è creduto necessario conservare la vana immagine di un’elezione libera; ma il popolo si ostina ad astenersene»

Oggi la situazione non appare tanto diversa: al restringimento – se non allo svuotamento – degli spazi di discussione e decisione democratica fanno da contraltare sporadici tentativi di un’élite sempre più screditata di riconquistare i cuori, le menti (e il voto) dei cittadini. Partiti che da anni non celebrano un congresso degno di questo nome (con una discussione vera sulla linea politica, che coinvolga gli iscritti o i loro delegati), celebrano “primarie” dall’esito scontato, cui gli elettori reagiscono stancamente. Istituzioni locali sempre meno rappresentative – complici leggi elettorali distorsive e riforme di ispirazione presidenzialista  – fanno a gara per inventarsi nuove forme di coinvolgimento dei cittadini: dai referendum agli esperimenti di “democrazia deliberativa”, alle piattaforme on-line. Scontrandosi con un diffuso senso di scetticismo e di disillusione. Se si aggiungono i continui episodi di corruzione e di malgoverno che coinvolgono il ceto politico, non stupisce che alla disillusione dei poveri si sommi il boicottaggio consapevole degli indignati.

Ciò cui ci troviamo di fronte è dunque ben più grave di una passeggera manifestazione di stanchezza democratica. È il segnale di una crisi che colpisce il cuore stesso della democrazia, che sembra non essere più riconosciuta come un veicolo di cambiamento e di emancipazione sociale

La politica esiste in quanto luogo delle relazioni fra più attori sociali intorno a temi che interessano la comunità di cui essi fanno parte. Il potere politico è esercitato da chi in una comunità, attraverso strumenti che possono essere assai differenti, riesce ad imporre all’intera comunità valori, istituzioni e regole che, nella realtà, sono espressione, per una parte negoziata, ma in larga parte no, degli interessi prevalenti del soggetto che detiene il potere. Questo soggetto opera nell’ambivalenza di dover essere estensore e difensore delle regole, ma nel contempo possibile artefice del diritto/dovere di cambiare le regole. La partecipazione politica accomuna, a differenti livelli di intensità, tutti coloro che prendono parte a questo sistema di relazioni. L’area di soggetti che consapevolmente intende coinvolgersi in questa trama di relazioni appare oggi in progressivo restringimento e questo porta, ormai da più tempo, a parlare di crisi della politica. I toni con cui si enfatizza questa crisi appaiono, a giudizio di chi scrive, eccessivamente semplificatori, deresponsabilizzanti e riduttivi della complessità delle trasformazioni sociali ed economiche e delle ripercussioni che esse hanno sul sistema di relazioni più propriamente politiche. Pare, a volte, che si guardi al sistema politico con uno strabismo che impedisce di focalizzare l’oggetto: o rivolti ad un modello passato che non esiste più ma che rimane come linguaggio e paradigma del cosa sia la politica, oppure proiettati in un futuro in cui sembra che la storia parta dall’oggi. Se può esser vero che sempre meno la storia è maestra di vita, in una fase in cui tutto cambia rapidamente e spesso radicalmente, è anche vero che l’azione politica si pone nella storia di uomini, donne, gruppi, società e si adatta, nel tempo e nello spazio, a domande, valori, interessi che derivano dai meccanismi di funzionamento della società nel suo complesso. La rilevanza che il sistema partitico ha avuto nella storia dell’Italia repubblicana, sovrapponendosi e guidando, per un certo periodo anche il sistema sociale e quello economico, ci portano oggi a parlare di crisi della politica ingigantendone forse la portata e, comunque, riferendoci a questa crisi come se sorgesse inaspettata, esito di cortocircuiti interni al sistema politico e osservata al contrario da sistemi che marciano spediti verso la realizzazione della promessa ottimista della modernità: oggi è meglio di ieri e domani sarà sempre meglio di oggi.

La partecipazione politica è esito della relazione fra soggetti, ma spesso si guarda ad essa come se l’areopago non fosse stato sostituito dai centri commerciali, come se l’Italia di oggi fosse o potesse ancora essere l’Italia di don Camillo e Peppone: una società largamente tradizionale che trasferiva nel campo politico le credenze (religiose e civili) sperimentate nelle reti di relazioni quotidiane, sufficientemente convinta della visibilità e realizzabilità di un progetto politico e solidaristicamente militante attorno a questo obiettivo. I partiti di massa sono l’espressione forte e vivace di una società che, dopo la guerra, pur fra mille contraddizioni, percorre lieta il suo cammino verso la modernizzazione. È questo cammino il centro dell’attenzione di questo contributo. La crisi del sistema politico italiano è qui osservata come specifica crisi del governo del cambiamento.

Condividi questo post :

Facebook
Twitter
WhatsApp
LinkedIn
Email
Stampa