Rugby: a rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore.

ll rugby è sempre una storia di vita, perché è lo sport più aderente all’esigenza di ogni giorno: lavoro, impegno, sofferenze, gioie, timori, esaltazioni.

Non è uno sport da protagonisti, ma una somma di sacrifici.

Per arrivare bisogna correre insieme, e la palla viene passata di mano in mano, e si avanza insieme, finché si arriva alla meta. E allora si festeggia». … Nel rugby non esistono ex-rugbisti: chi ha giocato a rugby è rugbista tutta la vita.

“Io non sono un nemico, capitano Alatriste. Sono un avversario. Riuscite a capire la differenza? Un avversario vi rispetta, anche quando deve colpirvi alle spalle per ammazzarvi. I nemici sono un’altra cosa…. Un nemico vi detesta, anche quando vi abbraccia e vi lusinga.” Così fa dire Arturo Pérez-Reverte…un grande scrittore spagnolo contemporaneo, ad un sicario professionista che parla con il protagonista di un suo famoso romanzo sulla Spagna del XVII secolo. Ho voluto cominciare in questo modo la mia riflessione su, ormai, trentacinque anni di rapporto stretto che mi legano con il rugby perché credo che in questo mondo io ho avuto moltissimi avversari, scaltri, feroci, arroganti, a volte insopportabili…. ma nessun nemico. Noi, che abbiamo praticato questo sport, abbiamo cercato di batterci, di eliminarci, di intimidirci, anche di farci del male, all’interno delle regole, e, qualche volta, fuori dalle regole continuando però a rispettarci profondamente come persone che a qualsiasi livello, dalle qiovanili ai super professionisti, hanno avuto il coraggio e la faccia tosta di mettersi in gioco all’interno di un terreno di erba e di fango. Credo che il coraggio sia una parte importante del rugby. Ma il coraggio non è il non aver paura. Chi non ha paura è un pazzo. Tutti abbiamo avuto paura e in questo sport la paura è spesso una compagna ineludibile. Si ha paura del dolore fisico, paura di cedere, paura di non essere all’altezza, paura di perdere, paura di vincere. L’odore degli spogliatoi è un miscuglio di sudore, di creme scaldamuscoli e di merda. Convivere con la paura e battersi è uno dei primi insegnamenti del rugby e per questo gran parte delle descrizioni su questo gioco utilizzano delle metafore legate alla guerra. Paolini, nel suo spettacolo teatrale, paragona questo sport alla Prima Guerra Mondiale. Guerra di trincea, di fanteria, di fango, di sangue, di resistenza e tenacia. Quando incominci a giocare nessuno pretende che tu faccia delle belle azioni, sia capace di calciare o di passare bene la palla. Ma tutti pretendono che tu impedisca all’avversario di avanzare e di andare a segnare. Sei quindi costretto a fare una delle azioni penso più innaturali per un essere umano e cioè a buttarti addosso ad una persona, spesso enorme, che corre verso di te, invece di scappare come farebbe qualsiasi essere dotato di raziocinio. Ma giocare a rugby è anche felicità pura, pazzia, pulsioni animali che esplodono. E’ la tribù. E’ essere più fratelli dei fratelli. Noi contro tutti. Ma è anche il sorriso, lo sberleffo. L’invenzione di un momento. Gli irlandesi dicono che il rugby è trenta uomini che inseguono un sacco di vento. Quando mi chiedono le sensazioni che provavo in certe belle partite posso solo rispondere con delle immagini: dei caprioli che si inseguono nel sottobosco nella montagna, dei giovani cani che si mordono per provare i denti, il far l’amore affamato dei vent’anni. Un vecchio detto inglese su questo sport racconta che “Ci sono due cose per le quali vale la pena vivere. La seconda è il rugby”. La prima è ovviamente il sesso e io penso che la contiguità tra questi due piaceri fisici è veramente forte. Secondo un grande giocatore francese di alcuni anni fa, Serge Blanco, quando hai la palla è come fare l’amore, devi pensare al piacere dell’altro prima che al tuo. E’ dunque importante essere generosi e condividere con gli altri. E’ più importante valutare la situazione e passare la palla al momento giusto che segnare la meta. Quest’ultima è la conseguenza inevitabile dell’impegno e della generosità di tutti gli altri giocatori che hanno lavorato per permettere ad uno di marcare i punti. Generosità dunque, ma anche solidarietà. In una squadra non ci sono stelle e nessuno, da solo, può vincere una partita. La vittoria è il risultato della collaborazione di tutti e della loro disponibilità a sacrificarsi per il fine comune. “Il rugby sono 14 uomini che lavorano insieme per dare al quindicesimo mezzo metro di vantaggio”. Un altro degli aspetti di questo sport che considero veramente importante è la sua democrazia. Tutti possono giocare: alti e bassi, grassi e magri, lenti e veloci, colti e ignoranti, intelligenti e (meglio) stupidi. Questo ha un grande valore educativo perché non esclude, ma dà a tutti la possibilità di esprimersi. L’ultima cosa di cui voglio parlare e che mi è sempre piaciuta di questo mondo è il senso dell’umorismo e la capacità di non prendersi sul serio che ho trovato in numerosissimi giocatori, anche tra i più famosi del mondo. E’ quello che gli anglosassoni chiamano understatement e che può essere riassunto nelle citazioni di due fortissimi rugbisti uno francese, Frédéric Michalak, e uno inglese, Jason Leonard. Il primo dice che “nel rugby non ci sono stelle…ci sono solo persone semplici” mentre il secondo ha così risposto ad un giornalista che lo intervistava sui sacrifici fatti durante la sua carriera: “Andate a parlare di sacrifici a chi scende in miniera o a chi tutte le mattine si alza dal letto pensando che fuori dalla porta lo attende la catena di montaggio. Io sono fortunato, io gioco, non mi sacrifico”. Io credo che entrambi applaudirebbero alla caustica e brillantissima battuta di Oscar Wilde che, circa un secolo fa, diceva che “Il rugby è il miglior modo per tenere 30 energumeni lontano dal centro della città durante il fine settimana”.

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